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DOPO CANCÚN: RITARDI SÌ, MA NON LA FINE DEI COLLOQUI
di Maria Livanos Cattaui, Segretario generale ICC
Il fallimento della Conferenza della WTO di Cancún ha indubbiamente scoraggiato i sostenitori della totale apertura dei mercati internazionali. Tuttavia, Cancún costituisce solo una fase del percorso per il round commerciale di Doha. Se a Cancún si fosse raggiunto l'accordo, tutti avrebbero avuto di che guadagnarne; le difficoltà di recupero dell'economia mondiale avrebbero ricevuto una forte spinta dalla fiducia da parte delle imprese. Si è persa certamente una occasione, ma non mancano le vie di uscita. È ora necessario un accurato esame delle ragioni che hanno impedito di raggiungere l'accordo, cui deve seguire una rinnovata ricerca di un soddisfacente compromesso.
Affinché il sistema multilaterale di scambi possa svilupparsi (e deve svilupparsi, se vuole essere messo al bando il protezionismo), anche un progresso minimo è preferibile ad un nulla di fatto. Gli scambi bilaterali regionali non offrono valide alternative, ma piuttosto allargano la possibilità di stipulare accordi commerciali internazionali all'insegna della frammentarietà, nei quali si impone la legge del più forte; e certamente nessun Paese in via di sviluppo può desiderare che questo avvenga.
Atteso che le sovvenzioni alle esportazioni agricole sono distorsive degli scambi, è auspicabile che i Paesi ricchi procedano alla loro eliminazione – in mancanza di un accordo generale – piuttosto che mantenere lo status quo. Ulteriori riduzioni tariffarie sui prodotti industriali avvantaggerebbero sia i Paesi poveri sia quelli ricchi, così come sarebbe necessaria una maggiore liberalizzazione degli scambi nei servizi.
Nei prossimi mesi i negoziatori della WTO dovranno affrontare con determinazione le cosiddette “questioni di Singapore” (investimenti, concorrenza, facilitazioni al commercio e trasparenza negli appalti pubblici) nei limiti di quanto sia possibile fare allo stato attuale. Tuttavia, la lezione di Cancún va intesa nel senso che per raggiungere questi obiettivi è necessario che vengano realizzati progressi nell'accesso ai mercati industriale ed agricolo.
Peraltro, mentre stigmatizziamo il fallimento della Conferenza di Cancún, non possiamo sottacere quanto di positivo è stato realizzato dal novembre del 2001, anno di lancio del round di Doha. Proprio alla vigilia della Conferenza messicana, infatti, la WTO aveva annunciato il raggiungimento dell'accordo sul miglioramento delle condizioni di accesso ai farmaci essenziali da parte dei Paesi poveri – un passo, questo, che era stato valutato positivamente come una buona premessa per l'esito di Cancún. Ancora, erano state concordate importanti misure per allargare la partecipazione dei Paesi meno sviluppati ai negoziati sui servizi. Cancún si è caratterizzata per la riluttanza mostrata dai vari Paesi ad abbandonare le loro antiche e spesso indifendibili posizioni. Soltanto se da parte di ciascuno c'è disponibilità a superare la rigidità di certi atteggiamenti improntati alla retorica, si potranno avviare trattative credibili che presentino concrete possibilità di conseguire risultati positivi. Se ciò che è accaduto vuole significare l'affossamento della scadenza per il completamento del round fissato a Doha per il gennaio 2005, sia pure. Ma, seppur logorato, il round di Doha è tuttora integro. Per l'Unione Europea, gli Stati Uniti e gli altri protagonisti rimane fermo l'impegno alla realizzazione del progetto comune sulla base dei pur minimi progressi fatti a Cancún. In positivo, c'è da registrare ancora che i Paesi in via di sviluppo stanno aumentando il loro peso in seno alla WTO in ragione della loro massiccia partecipazione a tale organismo.
Malgrado questa battuta d'arresto, sarebbe impensabile non perseverare nei colloqui, e ciò per motivi che accomunano sia i Paesi ricchi sia i Paesi poveri. Un round riuscito dimostrerebbe che, in una fase di forti tensioni mondiali, la cooperazione internazionale può funzionare. È infatti ampiamente documentato che il sistema di scambi multilaterali genera posti di lavoro, prosperità, sviluppo economico, diffusione di tecnologia e di idee. È indubbio che tutti i governi presenti nella WTO condividono questi principi, in caso contrario non avrebbero aderito al round di Doha sin dal suo nascere. È un monito per quando, di qui a poco, i loro ambasciatori si riuniranno a Ginevra per proseguire il loro delicato lavoro.
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